QUEI DUELLI CON MALAPARTE
di Massimo Fini

Le pallottole Br
Era un uomo di grandissima vitalità. Quella che gli permise, quasi settantenne, quando fu ferito dalle Brigate Rosse in via Manin, davanti ai Giardini pubblici, di aggrapparsi alle inferriate e di tirarsi in piedi da solo. Fu portato al Fatebenefratelli. Conoscevo quell'ospedale come le mie tasche perché vi era morto mio padre e, passando per la chiesetta interna riuscii a intrufolarmi nonostante l'ingresso fosse vietato a tutti i giornalisti tranne i suoi. Lo raggiunsi proprio quando, in barella, già intubato, lo stavano portando in sala operatoria. Con lui, oltre ai medici e gli infermieri, c'erano solo Mario Cervi e, mi pare, Salvatore Scarpino. Mi vide, mi riconobbe, mi salutò: "Bravo. Sei un vero reporter". "Per la verità ero venuto solo per salutarti". "Vai e scrivi. Sennò questi qui ti fregano" disse, indicandomi i due colleghi, e sparì dietro una porta nera di gomma. Furono, quelli, anni difficilissimi per lui che si oppose con grande coraggio non al sistema, che in fondo gli stava bene, ma all'antisistema, che era molto più pericoloso. Anche perché era solo, accerchiato da un conformismo plumbeo e intollerante.

Erano gli anni in cui Eugenio Scalfari faceva scrivere su La Repubblica un furioso corsivo contro Maurizio Costanzo perché si era permesso di invitare al suo talk - show Montanelli, "il fascista". Io stesso fui testimone, e in parte protagonista, di uno di questi episodi di intolleranza all'epoca in cui ero leader del Comitato di redazione della Rizzoli. Quando gli americani lasciarono il Vietnam, Montanelli scrisse per Oggi, dove aveva la sua "Stanza", un articolo a favore degli Stati Uniti. Il Consiglio di fabbrica, che aveva preso visione delle bozze, fece violente pressioni su noi del Comitato di redazione perché impedissimo l'uscita del pezzo che consideravano intollerabile per una sensibilità "laica, democratica e antifascista" eccetera, eccetera. I miei due compagni del Cdr, Fabrizio Scaglia e Dino Satriano, erano dei bravi guaglioni, in cuor loro nient'affatto estremisti, ma erano così impregnati del clima dell'epoca, e terrorizzati di poter essere bollati come "fascisti", che volevano a tutti i costi aderire all'invito, diciamo piuttosto all'ingiunzione, del Consiglio di fabbrica. Durai un'intera notte, da Oreste, a convincerli che quello era il Minculpop, che quello, sì, era fascismo. Ma non li convinsi. Dovetti minacciare di dimettermi perché non se ne facesse nulla. Molti anni dopo, in una delle sue risposte alle lettere sul Corriere Montanelli ricordò quell'episodio e mi ringraziò. Montanelli era vitale ma aveva anche, come ha lui stesso raccontato, lunghi periodi di depressione. Io lo incontrai in uno di questi, dopo che aveva dovuto andarsene dal Corriere della Sera. Eravamo seduti su delle sedie a sdraio sulla terrazza, inondata di sole, della sua bella casa romana, proprio sopra piazza Navona.

C'era anche Colette Rosselli, la moglie, una donna alta, bella, colta, di gran classe, una compagna in tutto e per tutto al suo livello. Davvero una gran coppia. Lui era malinconico, cupo, disilluso, amareggiato, stanco. Battibeccò anche con Colette che gli rimproverava, sia pur in termini eleganti, il suo maschilismo ("A te le donne piacciono solo in posizione orizzontale"). Me ne andai da quella casa convinto che Montanelli, come giornalista, fosse finito. Pochi mesi dopo fondava il Giornale, la sua ultima, grande impresa. Il rientro al Corriere fu un ripiego. Si trovava a disagio e me lo confidò. Al Corriere, che era stata la sua casa per 37 anni e il suo grande amore, forse l'unico, non riusciva a perdonare di averlo costretto ad andarsene e soprattutto lo sgarro che gli aveva fatto quando era stato colpito dalle Brigate Rosse e un signor nessuno di nome Piero Ottone aveva ordinato che si titolasse: "Ferito un giornalista". Come se non fosse stato il più grande giornalista italiano dei suoi tempi e, insieme a Curzio Malaparte, di tutti i tempi.


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